Hashtag Giappone

In attesa di avere tre minuti di tempo per respirare e poter riprendere a scrivere nella mia lingua preferita (il lettone ovviamente), vi lascio qualche scatto di un piccolo viaggio nella città di Sasayama, in cui, da buona sarda, ho raccolto fagioli edamame. Per chi non sapesse cosa sono, vi basti sapere che sono buonissimi (un commento che neanche Gualtiero Marchesi). Detto questo,

a presto,

Cristina

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Eclissi lunare

Il mio treppiede? La vecchia Panda verde di mio padre, un po’ la mascotte della famiglia, che, anche in questa occasione, si è rivelata una fedele alleata. Nel bel mezzo della campagna, armata della mia preziosa Nikon e di tecniche di respirazione che neanche un professionista in apnea ed ecco il risultato.

Nel 2021 avrò sicuramente un treppiede (che arriva venerdì), un lavoro (ah ah ah) e un po’ di saggezza in più nelle tasche (su questo sono molto fiduciosa).

Eclissi lunare parziale 16 luglio 2019

Ciottoli

Mi lascio andare alla corrente di un fiumiciattolo, che placido scorre tra i vecchi ciottoli del piccolo centro. Una cittadella che s’innalza su diverse colline, impossibile passeggiare in bicicletta, a meno che non ci si alleni per il Tour de France. Ricordo un uomo correre tra le colline impreziosite da pietre levigate dal vento. Si allenava ogni sera, a volte scalzo, con quei suoi piedi ruvidi, il fisico “asciutto e tonico” come direbbe mia madre, la pelle nera come la pece e una tale concentrazione da fare invidia a uno studente nel bel mezzo della traduzione di un testo di Plutarco. Le mie sere d’estate si concludevano sempre con l’incontro di quell’atleta e ogni sera pensavo che mi sarei dovuta impegnare di più con gli allenamenti di pallavolo. Ero così incapace, ma così piena di passione, che, ovviamente, non basta per far di me un’atleta olimpica, ma, almeno, tornavo a casa sfinita e soddisfatta. Non ho mai amato vivere in una piccola città; trasporti pubblici fantasma, pochi amici e niente patente, ergo, quattro stagioni di “The Good Wife” sbranate in meno di due settimane. A volte penso a quanto sarebbe più semplice la vita in città, ma, ancora una volta, mi ricordo che per avere “tutti quei vantaggi” devo e ho dovuto rinunciare alla mia vita qui, alle mie radici qui. Piove, un gatto miagola, rifugiatosi sotto la “mitica” panda verde (quasi la mascotte di famiglia), le gocce di pioggia accrescono la fierezza del fiumiciattolo sul lato opposto della strada e tutto il resto tace, fatta eccezione per la mia tastiera meccanica, che mi fa un poco rimpiangere la vecchia macchina da scrivere di mia madre, ancora perfettamente in funzione.

Con queste righe, che non so affatto definire,

vi auguro un lungo abbraccio con Morfeo.

Carta straccia #1

Una fuga non è certamente sinonimo di pianificazione al dettaglio, ma la mia strategia di prendere letteralmente solo quello che stava di fronte a me in quel momento fu un tantino radicale e sciocco. Una borsa stracolma di carta straccia. Carta straccia. Non una lattina di fagioli precotti, non un pezzo di pane da addentare per attenuare i crampi allo stomaco. Carta straccia, santo cielo. Non un rasoio o un cambio di vestiti. Ero così stanco da non avere le forze per arrabbiarmi con me stesso, ma le avevo per maledire la mia totale perdita di controllo in situazioni non previste.

Ispezionai le due credenze della cucina aggredite dai tarli, vuote. Frugai nei cassetti del comò nella camera da letto, stracolmi di teli in cotone e nient’altro. É comune in questo tipo di case che vi siano piccole botole ricavate tra le travi del pavimento in cucina. Per fortuna, trovai la botola, vicino ai piedi di una delle credenze e vi scovai dei tuberi, o meglio, vecchie radici morte e una disgraziata patata rinsecchita. Rinunciai. La casa puzzava di abbandono e fuga, diversa dalla mia, una partenza preparata, meticolosa (patata esclusa); chi aveva abitato in quella casa aveva portato via ogni effetto personale, ogni fessura sgranocchiata da tarli famelici non faceva trapelare alcuna foto o documento, solo groviera di vecchie ante. La porta d’ingresso non aveva una serratura e tanto meno una chiave principale.

Nascosi il borsone tra rotoli di cotone e uscii di casa, alla ricerca di tracce umane nel raggio di almeno due chilometri. Mi avviai verso la strada provinciale da cui ero venuto e proseguii verso est, a piedi. Non incrociai nessun veicolo, solo tre cornacchie. Camminai per un’ora, prima di imbattermi in un chiosco. Stremato per l’afa e per la fame, entrai nel negozio e annunciai la mia presenza.

Nessuno rispose.

RINASCITA

“Dalla sanguinosa battaglia riposa stanco il corpo, sulle placide acque riemerge vittorioso, libero, dall’abbraccio della lenta morte che giace ormai sul fondo, sepolta e vinta.

Si schiudono con fatica le ciglia, gocce ostili strisciano lente sullo zigomo, se le riprendono finalmente gli abissi.

Trovano rifugio le braccia tra le pieghe che smuovono la superficie e sfiorano le dita l’incolto campo del color del grano. Volano via chicchi d’oro nascosti sul terriccio. Leggeri, al confine dall’oscuro varco. E il sole all’alba di un nuovo giorno, sorge.

Tiepidi raggi s’insinuano tenui tra le giovani onde,

E s’insinuano, dolci, in un battito.”

MORTO AMMAZZATO

Frequentavo l’ultimo anno di liceo, quando scrissi questo breve racconto. Non ricordo esattamente il giorno, ma so per certo che fosse notte. Ci sarebbero tanti dettagli da correggere, ne sono consapevole, ma in questa prima occasione vorrei proporvi il testo nella sua stesura originale, un flusso di coscienza frutto di cene cui ho assistito, che ricordo con precisione anche dopo sei anni di vita!

E cadono le sue pesanti chiappe sulla seggiola in legno che scricchiola allo schianto del flaccido grasso stagionato, le salsicce s’aggrappano a uno straccio di tovaglia, tosse grassa riecheggia e tintinnano pesanti forchette di ciò che argento fu un tempo. Ed ecco che scricchiola ancora sotto la lurida epidermide che lenta sbuca dai pantaloni sgualciti e si corrode d’un fetido aroma il compensato e lui soffocato dal lardo tenta di gridar – Bredoteau! – che s’aggira per le cucine con un mezzo fagiano ripieno e accorre alle grida strozzate del padrone stanco. – Bredoteau! – Geme di sconforto il gallinaccio, ma eccolo il suo pranzo, quel mezzo fagiano ripieno. Affondano le salsicce nel vecchio argento che s’aggrappa al ripieno con affanno. E nel lardo si spande l’uccello che lui stesso ringrazia d’esser morto ammazzato per mano di un’ascia affilata piuttosto che di lardo affogato.

– Bredoteau il vino, Bredoteau! – zoppica sui suoi stessi respiri, sbuffi d’aglio e macinato macchiano il soffitto, che le sembianze di un porco di città sembrano lentamente prender forma mentre lì in basso si consuma la tenera carne ripiena del fortunato fagiano. Cola lento sudore sulle tempie rosee ecco che s’adagia su un’ispida basetta, ora scivola lento sull’epidermide che molliccia s’accascia, morta suicida per la poca considerazione di sé stessa.

Poi ancora le salsicce affondano la carne nel compensato e i braccioli di quella vecchia seggiola traballano violentemente mentre la pelle cola come melma così che uno straniero se entrasse non vedrebbe che del grasso insaccato maldestramente nel vano tentativo di sollevarsi su sé stesso, e non si accorgerebbe certamente della povera seggiola, che, per la paura di cadere (non tanto sul pavimento quanto sotto il lerciume di un culo flaccido), non fa che star ferma ed aspettare.

Consumato il sacro pasto si sollevano sbuffi fetidi di cui l’autore non osa specificare lo sfintere creatore.

Poi d’un tratto la bestia si alza dalla seggiola e interrompe la sua misera tortura per correre a quello che molti esseri umani stanchi di perifrasi e di galateo definirebbero “il santo cesso”.

La porta s’apre da sola tutta d’un fiato, forse trattenendolo, ed ecco che le reali chiappe s’adagiano sul regale trono in ceramica, poi un sospiro ed ecco che il fagiano spicca il volo liberando la sua anima al sacro rito di ciò che il vostro autore ancora una volta non osa nominare.

LA LUNA E IL LAGO

26-06-2013 h 23:40 brevi scorci di un passato felicemente lontano

“Poi s’immerse, tutto d’un fiato. Si tolse le scarpe ben lucidate, poi i calzini e sfilò via i pantaloni, quelli vecchi, che metteva per andare al giornale la mattina e corse; piedi nudi sulle tavole di legno del piccolo molo, passi felpati, silenziosi, irrequieti, impazienti e poi il salto. Qualcuno dice che siano le grandi rovine a portare i più grandi cambiamenti. E poi l’acqua, nera, come pece e gli occhi spalancati, gli occhiali ormai volati via ed ecco il vuoto, di quell’infinito fondale, poi piccole rocce, alghe forse, molecole d’acqua agitate. Ma qualcosa mancava, e la luna non risplendeva.”

Insonnia criptica

2018-02-05, ora incerta

Il momento in cui la guancia sfiora il morbido cotone della federa del cuscino e in cui lentamente i sogni si fanno spazio nel buio di una stanza silenziosa, il momento in cui il cuore batte più lentamente, in cui il respiro si fa impercettibile e le palpebre si chiudono… ebbene è questo il mio più grande sogno in questi ultimi quattro anni. Questo momento, così naturale, che scivola lentamente verso un dolce sonno, per me è tutt’altro che naturale e tutt’altro che scontato.
E se questo non bastasse, al tutto si aggiunge un’interessante teglia di incubi appena sfornati e caldi, pronti per essere macinati dalla mia mente, che fa ciò che vuole di tutte le mie paure e ne fa un mix vincente, un eccelso smoothie  (che il correttore vorrebbe modificare con la parola “monoteismo” tanto per informarvi), che mi trascino per tutta la mattinata, fino al prossimo film horror per cui non ho neanche dovuto pagare e per il quale mi è stato fornito un letto piuttosto che una poltrona rossa mangiucchiata da chissà quale roditore improvvisato.

Le notti in bianco sono sicuramente le più produttive per la mia scrittura, ma a volte preferirei davvero essere una mattiniera incallita, pronta a giudicare chiunque si svegli dopo le sette, mantra di una mia cara conoscente, che ogni giorno mi ricorda di “quanto dev’essere bello per te svegliarsi alle undici” e grazie alla quale riesco a dimenticarmi di aver passato tutta la notte a guardare il soffitto nella speranza di una botta in testa, finché la botta non arriva al sorgere del sole, verso le sette, fatidica ora del giudizio, e finalmente il mio corpo si lascia scivolare addosso tutta la tensione accumulata nelle ore in cui esorcisti, clown, zombie e zanzare e frullatori aprono le danze come in qualsiasi film horror che si rispetti. (Sulle zanzare mi pare possiamo essere tutti d’accordo, sui frullatori vi prometto un focus esilarante).
Dunque, per concludere questo delirio delle 10:44 in punto, ma ormai passate, vi lascio alle vostre vite e aspetto di sapere come voi vivete le notti in cui il sonno decide di andare a Honolulu, nella speranza che siano davvero poche.

P.S. reduce da un’ora sprecata a guardare video su “morning routine”, che ad un tratto il mio cervello scambia per “mourning routine”, facendomi strizzare gli occhi più volte, resto delusa dal fatto di non trovare nessun tipo di rimedio creativo e zero waste all’insonnia.

Non mi resta che dormire, no?

Arido ritorno

Il ritorno dopo un lungo viaggio. Il ritorno in una terra che mi rivolge uno sguardo ostile, diffidente, come si farebbe ad un estraneo. Sono un’estranea. Ho deciso di voltare le spalle alla mia terra e fuggire, fuggire via, in luoghi sempre più remoti, in cui i volti sconosciuti diventano sempre meno ostili, sempre più vicini al cuore di una donna che nella sua terra non ha trovato che arido suolo su cui coltivare e dare forma ai propri sogni. La scelta di partire, di frequentare università in altre regioni, in altri Stati, in altri continenti, non si può considerare una scelta libera.

Il ritorno dopo un lungo viaggio di una ormai straniera, che con la sua sola fugace presenza giudica la vita di quelli rimasti, che non domandano, non accolgono, non gioiscono del ritorno di una “sorella” che vive sola con quei piccoli sogni, che, ancora oggi, non si realizzano. Il ritorno a casa non ha “amici di vecchia data”, non ha feste, non caffè al centro, non chiacchierate al telefono.

Una casa che lentamente prende forma in altri luoghi, in altre forme, con altre persone. Le radici si sradicano ancora e ancora. Ed ecco che vanno nella stiva di un volo su cui ancora applichi la continuità territoriale.

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