Volersi bene

tim goedhart unsplash

Care pigne,

Riprendo a scrivere dopo diversi mesi d’assenza. Scrivere è per me come l’ossigeno e la condivisione è diventata nel tempo parte importante di questo processo. Eppure ultimamente ho avuto la sensazione che fosse opportuno limitarmi alla riservatezza della carta, ai pensieri e riflessioni della notte, tra “me e me”.

Da una parte, mi sento felice di aver affrontato questo primo anno di dottorato con determinazione e dedizione e di esser riuscita a sentirmi “parte di qualcosa” nonostante il lavoro da remoto (lavoro alla Jagiellonian University di Cracovia), i corsi accademici e le interazioni coi colleghi interamente online.

D’altra parte, mi sento prosciugata di qualsiasi energia fisica e mentale, perché ho passato essenzialmente tutto il tempo a lavorare seduta alla mia scrivania, senza riuscire a organizzare le mie giornate, chiusa nelle quattro mura di casa senza uscire e godermi qualche attimo di relax in una città in cui mi sento ancora un’estranea dopo due anni di permanenza.

Ci sono persone – fortunatissime a mio parere – che pur lavorando da casa riescono a organizzare la propria giornata lavorativa (e non) alla perfezione, come macchinette programmate per fare decine di attività produttive al giorno. Io purtroppo non ho avuto questo dono e, per quanto mi piaccia pianificare le mie attività, una volta che mi siedo e inizio a lavorare entro in un loop infinito di occhi rossi, mal di testa e mal di schiena, contribuendo – tra l’altro – alla ritenzione idrica che si presente ogni volta che l’universo sceglie per me ritmi di lavoro sedentari.

Questo ha influito sulla mia salute mentale e su quella fisica, includendo una pandemia in cui ho perso una persona a me molto cara, in modo del tutto inaspettato, evitabile e tragico. Sebbene molti considerino la pandemia terminata e il virus un semplice raffreddore, per me non può essere così, soprattutto perché sono consapevole di quanto la noncuranza e il far finta che contagiare un’altra persona non abbia alcuna conseguenza, possa invece portare alla morte, nel giro di una decina di giorni.

Per me andare a visitare i nonni novantenni diventa una questione sempre delicata, per quanto abbia un nonno che va a raccogliere ciliegie con l’amico quasi centenario, arrampicandosi sugli alberi e saltando muretti procurandosi solo un livido da giovincello sbadato.

Che conclusioni posso trarre da questo flusso di coscienza sgrammaticato e senza senso, che magari potrebbero aiutare qualcuno di voi nella mia stessa situazione? Punto primo (fondamentale): fare terapia. So quanto sia difficile trovare un* psicolog* in gamba, ma non prendersi cura della nostra salute mentale è come non curare un ginocchio rotto, non si rimetterà a posto da solo, serve un* professionista.

Punto secondo: volersi bene significa concedersi il tempo di riposare, di fare quelle cose che ci fanno sentire di nuovo bambini, perché le scopriamo pian piano, con gli occhi inesperti con cui si guarda e si impara qualcosa di nuovo, dalla fotografia alla scrittura, nel mio caso specifico, dal trekking alla pittura per qualcun altro. Per quanto ci sentiamo in gabbia, penso che anche quei trenta minuti al giorno dedicati solo a noi possano fare una piccola differenza, per me sta funzionando – passo dopo passo.

Voi come affrontate le difficoltà? Scrivetemi un po’ delle vostre esperienze e pensieri sgrammaticati, va bene così, tra pigne ci capiremo.

Alla prossima,

C.

Foto in evidenza di Tim Goedhart

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